COCK SPARRER, INFA RIOT, VARUKERS, NABAT, STAB, BULL BRIGADE, KONTATTO, DALTON @ TPO – Bologna –
- 17 ott 2015
- Tempo di lettura: 6 min

Dopo un’attesa fremente durata diversi mesi (praticamente il tempo che è intercorso dalla promozione dell’evento al giorno effettivo del concerto!), eccoci finalmente giunti al fatidico 17 ottobre. Una line up decisamente succulenta quella messa in piedi dalla valente cricca di Bologna City Rockers. Un “potpourri” azzeccato per tutti i palati stradaioli. Ma facciamo un piccolo salto spazio-temporale. Novara. La comitiva in spedizione si definisce all’ultimo in una macchinata che promette battaglia. Al posto di guida c’è il sottoscritto, deciso a portare sana e salva la cricca in quel di Bologna, ma chiarissimo e conciso nel dichiararsi di lì a poco alticcio quanto basta per cedere il poco ambito volante a uno sfortunato (quasi) sobrio per il ritorno a casa post-concerto; di fianco Geppi, valente oste del The Old Tower Pub, lugubre ex tubettificio in mattone rosso (old british style) della periferia nord-est della città del Re Biscottino, nonché luogo di perdizione alcolica per la pressoché totalità dei componenti della macchinata; i sedili posteriori della mia Ford Fusion da combattimento sono occupati da Chiara, colonna HC da Lamezia Terme e trapiantata a Novara, e Jonny, il tatuatore più rude e misantropo che la provincia conosca. Presenza costante e di massima ispirazione durante il viaggio sarà il prode Michele aka “Ibou”, personaggio storico della galassia “proud to be punk, don’t give a fuck” novarese, già presente a Bologna dal mattino e argomento principe del viaggio sulla quantità di alcool e sostanze ingurgitate prima del nostro arrivo. Puntuale infatti arriva la telefonata del nostro socio durante una sosta in autogrill all’altezza di Fiorenzuola, a informarci delle 8 Ceres che nuotano amabilmente nell’oceano gastrico-alcolico dello stomaco del nostro rosso amico. Ciò ci fa spingere il piede sull’acceleratore per arrivare al più presto e iniziare a condividere un’esperienza che, come tutte le sortite che si rispettino, va oltre il concerto, ed è fatta soprattutto di incontri, rimpatriate, conoscenze, chiacchiere e bicchieri alzati. Proprio quanto ci ritroviamo dinanzi agli occhi una volta giunti in loco e scesi dall’auto: file di autobus da ogni dove (quello dei varesini è certamente uno dei più goliardici), una miscela piacevole di pelati, crestati, casual e regolari che entrano ed escono dal TPO, chi cantando chi urlando. Come Ibou, per l’appunto, che di Ceres nel frattempo ne ha bevute altre 5. L’ingresso al centro sociale (conosciuto peraltro in occasione della presentazione del mio libro “Ribelli, sociali e romantici. FC St. Pauli tra calcio e resistenza” nello scorso marzo) è condito come di consueto da saluti ad amici vecchi e nuovi, sguardi alla ricerca di altrettante persone conosciute, mentre dall’interno giungono puntuali le ritmiche rockeggianti dei romani Dalton. Il loro sound mi ricorda un non so che di musica di strada, sulla scia degli herbert punk inglesi degli anni Settanta, una sorta di mix tra Cockney Rejects e folk di strada. Un ottimo inizio direi, date anche le rispettabili referenze della band, con ex membri di Duap e Pinta Facile. Sotto il palco l’atmosfera è già elettrica. Ne approfitto per ultimare i prestabiliti acquisti dal banchetto del sommo Robertò di Hellnation Store, onde evitare di sperperare l’intera pecunia al bar. Immancabili infatti nel mentre i primi significativi giri di birre (a fine serata ne conterò almeno 15, cifra più cifra meno. “Buongustaio”, mi è stato detto. Tant’è!), quando puntualissimi attaccano i Kontatto. Per me un pezzo di cuore e anche di campanilismo, se vogliamo, grazie alla “novaresità” di Marione alla voce e del fido Koppa alla chitarra. Proprio questi mi accoglie nel piazzale esterno del TPO sciorinandomi alcuni ricordi di pregevole fattura dei nostri trascorsi novaresi prima della sua dipartita, tra cui la nostra infatuazione per il cinema trash italiano anni Settanta tra Banfi, Vitali e la Fenech. Bei momenti. Dal palco invece l’impatto è devastante; il loro biglietto da visita ormai consolidato è quello di un crust d-beat di scuola scandinava come marchio di fabbrica del gruppo, forte di un’attività quasi ventennale tra tour europei e americani. Il concerto è un susseguirsi “tedescamente” puntuale dei gruppi in line up. Tocca infatti ai padroni di casa Stab, riformatisi da ormai una decina d’anni e attivi dalla fine degli Ottanta con il loro street punk 77 abrasivo e tagliente. Purtroppo (o per fortuna, a seconda dell’angolazione da cui si guarda la cosa) l’incontro continuo con amici provenienti dai più disparati anfratti dello Stivale mi distoglie buona parte dell’attenzione dall’esibizione dei bolognesi, che in ogni caso ricevono un’accoglienza e un supporto degno di nota. Ma la mia personalissima attesa giunge a un primo dunque quando calcano lo stage i torinesi Bull Brigade. Una garanzia, una botta in faccia di vita vissuta tra riff streetcore e ritmiche serrate come solo la scuola punk hardcore della Motorcity ha saputo fare nei decenni. Attaccano con un paio di pezzi nuovi, in via di pubblicazione per l’anno nuovo con Anfibio Records, alternandoli ai vecchi anthem di “Strade smarrite”, un cult per me e moltissimi. Pelle d’oca durante la versione di “A way of life” in versione semiacustica (“A Novara tutti in treno ancora, ti ricordi che mentalità, al bancone hai fatto troppa scuola, con chi ha il doppio della tua età” e son brividi di ricordi attualissimi!), pugni alzati ad accompagnare “Sulla collina”, per tutti i malati di quel calcio vero e romantico e per chi odia la Juve dal profondo del cuore. Trovarmi sotto al palco assieme a facce vecchie, nuove e sconosciute mi ridà quel senso piacevole di profonda appartenenza a una galassia ribelle. Prendo fiato, addentando dei panini homemade e bevendo l’ennesima birra, mentre mi godo l’altrettanto ennesima performance dei Nabat. Dinosauri mai estinti e da sempre fautori di quella fantomatica unione tra punk, skin, hardcorers e militanti, che di fronte ai messaggi dei testi urlati da Steno ritrovano quella forza propulsiva che parte dal basso, dalla strada e si irradia sul palco e sotto. “Scenderemo nelle strade” risuona come una sorta di preludio agli ennesimi soprusi sbirreschi degli sgomberi degli edifici della Ex Telecom di qualche giorno successivo al festival. Una faccia oscura della “Laida Bologna” e della sua rovinosa “giunta sinistrese”, sempre cantate dalle “Campane a stormo” e dagli eroici presenti al TPO. Grandiosi come sempre. Tempo per un’altra birra? Certo! Ed ecco che lo stage inizia a parlare inglese, con i Varukers. Me li ricordo in un concertone al compianto CSA Cavalcavia della mia città nel lontano 1999, assieme a Kontatto e Gozzilla e le Tre Bambine coi Baffi. Rat, il cantante, pare rimasto uguale, a parte qualche chiletto di troppo; messo di fianco al prode Ibou risalta ancora di più, con il nostro che dopo il concerto gli urla l’ormai famoso slogan “proud to be punk, don’t give a fuck”. Speed chaos punk di pregevole fattura, scuola Discharge, GBH et similia britannica. Inizio a essere abbastanza ubriaco (ma dai?!), vago per il centro abbracciando tutti e barcollando quel tanto che basta col sorriso ebete stampato sul viso. Vedo che l’alcool inizia a fare effetto anche sugli altri presenti, dati alcuni accenni di rissa che nascono e si spengono come un fiammifero al porto di Tarifa. Non ci si fa mancare nulla, è bello anche così! Credo lo pensino anche i londinesi Infa Riot, attempati ma sempre sul pezzo con il loro punk Oi! ruvido ed efficace. Mi perdo buona parte del loro concerto in coda ai bagni del centro sociale (l’alcool si fa sentire) e accettando le birre gentilmente offerte dagli amici al bancone del TPO. Eccoci in dirittura. Cock Sparrer. Una band eterna che forse come i Nabat accomuna i più. Punk prima che il punk emergesse, Oi! prima che Garry Bushell ne desse la nomenclatura, Rockers “football oriented” per eccellenza. L’atmosfera al TPO è davvero satura, si conteranno almeno 3000 persone che come sardine accalappiate da una rete si dimenano in ogni dove sugli inni degli east-enders sul palco. “Riot squad”, “Because you’re young”, “We’re coming back” e via andare. Pugni alzati, indici puntati, cori degni di Upton Park e affini. E bravi Colin e soci! Forse meriterebbero più parole. Ma un loro concerto vissuto forse vale di più. È tempo di raccogliere letteralmente gli accoliti e dirigersi pazientemente verso il nebbioso Piemonte orientale, con Jonny che coraggiosamente prenderà il timone della mia auto, lasciando me a sprofondare nel sedile posteriore per un sonno alcolico rigeneratore, dopo una sosta salvifica all’autogrill di Modena Sud. Ringalluzzito riesco addirittura a riemergere dal torpore verso Lodi, avvicendando il prode tatuatore alle redini della guida e portando a destinazione i sopravvissuti rimasti. Le porte di casa si aprono con l’oro in bocca alle 7 del mattino. Prima di addormentarmi rivivo per qualche minuto le emozioni della serata e mi dico che sì, Ibou ha perfettamente ragione: “proud to be punk, don’t give a fuck”! Sulla strada, sotto al palco, nella vita.


























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